Elisir d’Amore al Teatro Grande di Brescia

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Il Teatro Grande di Brescia ha aperto la stagione 2013 con una nuova produzione de L’Elisir d’amore di Gaetano Donizetti. Più di un elisir d’amore, si dovrebbe parlare di elisir di giovinezza, vista l’età dei protagonisti, quasi tutti under 30, alcuni dei quali provenienti dall’ultimo concorso Aslico o da altri importanti concorsi internazionali.

Giovanile e fresca è anche la regia del francese Arnaud Bernard, coadiuvato da Carlo Fiorini nelle scene e da Carla Ricotti nei costumi. Ambientando la vicenda in Italia, in un periodo indefinito tra il secondo dopoguerra e gli anni del boom economico, Bernard occhieggia al mondo della televisione e del cinema di quell’epoca, con delle citazioni evidenti nelle calze a metà coscia e calzoncini come quelli di Silvana Mangano in Riso amaro, e negli spezzoni diCarosello che si avvicendano durante l’aria di Dulcamara. La scenografia, di per sé composta da pochi elementi, risulta efficace grazie a dei pannelli che proiettano immagini e filmati, dando così una contestualizzazione spazio temporale a ciò che avviene in palcoscenico. Notevole inoltre è la capacità di questo regista di gestire le masse: ogni azione del coro è studiata nel singolo dettaglio, tanto da renderlo non un complemento al canto dei solisti, ma un vero e proprio solista collettivo. Indovinate anche alcune scelte nella lettura psicologica dei personaggi, come quella di anticipare lo slancio amoroso di Adina verso Nemorino già al primo duetto (“Una parola, o Adina”), in modo da non rendere questo amore frutto di un ennesimo capriccio, ma un sentimento vero che, con la vicenda dell’elisir, trova solo il modo di venire alla luce.

Tutti i componenti del cast sono stati perfettamente in parte con l’idea voluta da Bernard, grazie anche alla giovane età che li ha resi adeguati non solo dal punto di vista vocale.

Adina era interpretata da Lavinia Bini, soprano selezionato durante il concorso Aslico. Nonostante fosse vistosamente tesa durante la prima aria, la Bini ha recuperato durante l’opera (a parte un po’ di stanchezza alla fine della cabaletta nel secondo atto) offrendo buon fraseggio e varietà di colori. Dal punto di vista interpretativo si è dimostrata abbastanza disinvolta, disegnando un’Adina civettuola ma non troppo.

Nemorino è stato pensato dal regista diversamente da come ce lo si aspetta di solito. Più che lo scemo del paese, sembra un bulletto di periferia, un po’ ignorante. All’inizio dell’opera appare in palcoscenico con un giubbotto di pelle, e potrebbe tranquillamente ricordare un personaggio di Poveri ma belli o di altri film del genere. Il tenore che interpretava questo ruolo era Enea Scala, l’unico cantante che, al contrario dei colleghi, è in piena carriera. Scala sopperisce a un timbro poco accattivante con una tecnica solida e un volume notevole rispetto alle voci che di solito cantano il suo stesso repertorio, tanto da lasciar credere in una naturale evoluzione verso altri ruoli. Dal punto di vista dell’interpretazione, però, ha approcciato Nemorino con un piglio forse troppo eroico e stentoreo, a parte alcune pagine in cui ha recuperato la morbidezza e il legato, come “Adina credimi” e “Una furtiva lagrima” (calorosamente applaudita). Il consiglio è magari quello di estendere questa morbidezza anche ad altre frasi dell’opera, per poter dare maggiori sfaccettature al personaggio.

Le voci gravi sono state a mio avviso la scoperta più piacevole della serata, perché si sono rivelate le più soddisfacenti dal punto di vista vocale e scenico. Pur essendo ancora molto giovane, il salernitano Biagio Pizzuti, che interpretava il ruolo di Dulcamara, ci ha regalato un’ottima performance, con una padronanza del mezzo vocale, sia nel cantato che nel sillabato, e una vis comica che lasciano ben sperare nel futuro.
Ottimo anche il Belcore di Francesco Paolo Vultaggio, di cui abbiamo apprezzato il bel timbro e l’omogeneità dei registri, oltre a una certa facilità in quello acuto (cosa che Vultaggio non ha mancato di far notare con una puntatura al termine della sua aria).
Completava il cast la frizzante Giannetta di Dorela Cela.

In questa compagnia di giovani artisti non poteva mancare anche un giovane direttore d’orchestra. Andrea Battistoniè ormai già un direttore affermato nonostante i suoi 26 anni, e per questo c’era una grande attesa nei suoi confronti. La sua prova è stata tutto sommato positiva: anche se non ha brillato per sfumature, Battistoni ha deciso di aprire tutti i tagli di tradizione senza avere smanie filologiche eccessive e lasciando ai cantanti anche una certa libertà di variare (come nel caso della puntatura di Belcore di cui sopra). Una scelta intelligente, che dimostra conoscenza di questo repertorio, storicamente sempre soggetto alla variazione da parte dei cantanti (e qui mi fermo, prima di entrare nell’eterna polemica sulle esecuzioni filologiche).

Alla fine dello spettacolo tanti applausi per tutti, in particolare per Scala e Battistoni, in un Teatro Grande quasi al completo.

Roberta Pacifico (tramite Operaclick)