Alakamaya & DJ Urban della Goblin Family | Intervista al duo rap parmense



Chiudiamo questa settimana di interviste con un duo da tenere sott’occhio, o meglio, a portata d’orecchi. Dalla numerosa crew della Goblin Family infatti, oggi intervistiamo Alakamaya e Dj Urban, due ragazzi giovanissimi (quindici e sedici anni) ma strepitosi non solo per le loro doti canore e creative ma anche per la loro veloce ed esponenziale crescita all’interno del panorama rap emergente. Possiamo quasi dire con certezza che abbiamo a che fare con due potenziali star del prossimo panorama musicale italiano, sperando che mantengano sempre ben vivo il loro desiderio di emergere e la loro voglia di fare. Adesso lasciamo la parola a loro e conosciamoli meglio attraverso le nostre domande. A parlare con noi a nome di entrambi sarà Michele Amoretti, ovvero Alakamaya.

 

  • Parlateci un po’ di voi: chi siete? Com’è iniziata la vostra carriera?
    Oserei definirci una “miniera di ideali” e chi siamo noi? Siamo i minatori che scavano ininterrottamente per scovarli e in seguito propagandarli al popolo. Siamo in due: Michele Amoretti e Francesco Battistini, meglio conosciuti come Alakamaya e Dj Urban; non ricordo con esattezza come ci siamo conosciuti… Eravamo all’asilo e una cosa tira l’altra, forse la mensa era troppo piccola e ci ha fatto mangiare vicini quel giorno, forse quel giorno volevamo entrambi usare il monopattino… Chi lo potrà mai sapere? Sappiamo solo che ci siamo conosciuti e abbiamo coltivato una grande amicizia che con il tempo si è trasformata in una fratellanza indistruttibile. Passate le elementari, alle medie ci avvicinammo entrambi alla musica, come ascoltatori ovviamente, abbiamo cominciato il nostro percorso musicale iniettandoci nelle orecchie i vari AC/DC, Black Sabbath, Iron Maiden, Red Hot Chili Peppers ecc. Mi appassionai così tanto che iniziai a suonare la batteria, prima di scrivere infatti passavo ore a fare del casino su grancasse e rullanti, mi emozionavo da solo ogni volta per tutta quella potenza e quella rabbia sfogata solo con due bacchette di legno, ma questa è un’ altra storia. Ci sentivamo già un passo avanti a tutti allora: tutti che si ascoltavano i loro Black Eyed Peas, i loro Gangnam Style e tutta quella house commerciale che a quel tempo andava tantissimo. In seconda media, non si capisce bene il come e il perché, iniziammo a scrivere; forse per il disagio che provavamo, per le continue delusioni, il senso di impotenza e tutte le stronzate che può avere in testa un ragazzino di seconda media sfottuto e non considerato dagli altri. Eravamo io, Urban ed un altro ragazzo; scrivevamo durante le lezioni e all’intervallo cantavamo il nostro operato nei bagni in fondo al cortile dove nessuno mai andava se non qualche liceale a fumare di nascosto. Ci venne spontaneo utilizzare la forma musicale più diretta possibile ovvero l’hip hop. mi ricordo di aver iniziato a fare hip hop prima ancora di conoscerlo, infatti non avevo mai ascoltato una canzone del genere (se non quel Rap Futuristico di Fabri Fibra che a quel tempo mettevano sempre all’intervallo con le casse). Urban decise poi di non scrivere più e di dedicarsi ai suoni e alla strumentazione, il nostro amico ha mollò non appena la storia aveva iniziato a farsi seria (resterà sempre uno dei migliori). Rimanemmo noi due, quei due ragazzi di cui nessuno ricordava il nome o si ricordava di aver visto, quei ragazzi che tutti vedevano strani, quei ragazzi che poco tempo dopo conquistarono l’iPod di quella gente che gli ha sempre insultati e ignorati.
  • Come avete scelto i vostri nomi d’arte?
    I nostri nomi appunto sono Alakamaya e Dj Urban e le loro storie sono strane: Alakamaya non significa proprio niente, non aveva un significato, un ragazzo ricordo che continuava a dire questa parola e a me suonava così bene che la utilizzai come nome, mi sembrava un nome originale. Urban invece ha una storia ancora più assurda: arrivai a scuola e annunciai al mio amico di aver scelto un nome d’arte… Allora, volendone uno pure lui, lesse sul suo diario la scritta “Urban” e decise senza farsi troppi problemi. Scoprimmo poi in futuro che questi non erano semplici nomi, ma bensì il nostro alter-ego, i nostri Tyler Durden, non saprei come definirli… So solo che quando siamo Alakamaya e Dj Urban ci trasformiamo, in cosa? Nelle persone che vorremmo essere. Quando giriamo per la nostra città siamo comuni persone, con le loro uscite con gli amici, le loro sigarette, le loro Vans e Jordan (continuerà all’infinito il nostro conflitto tra Vans e Jordan, ho deciso di farti un regalo e nominare anche le tue Jordan, Urban!) le loro serate con la tipa, le loro stronzate eccetera. Ma quando entriamo in studio, su un palco o in casa a scrivere pagine ci trasformiamo, diventiamo Alakamaya e Dj Urban, come se diventassimo dei SuperSayan, e non siamo più comuni persone.

 

 

  • Di cosa parlano le vostre canzoni?
    Ci sarà un cambiamento drastico nei temi delle nostre canzoni. Infatti fino a questo punto abbiamo pubblicato quel tipo di musica che piace al pubblico, argomenti semplici e mirati, basi che pompano, melodie orecchiabili eccetera. Mentre i lavori futuri saranno tutti derivanti da un unico grande ideale: l’omologazione. In ogni nostro testo infatti si potrà notare come esaltiamo la diversità, l’arte, il distinguersi; opponendoci alla routine.
  • Ci sono artisti in particolare da cui traete ispirazione?
    Io in teoria non ho artisti a cui mi ispiro, ognuno, musicalmente e generalmente parlando, deve trovare da solo la propria unicità, non cercarla in altre persone o artisti. Ovviamente siamo stati influenzati dall’ hip hop italiano e da alcuni suoi artisti, ma di certo non ci siamo messi lì e abbiamo detto “Ok facciamo una canzone come Gemitaiz” ecco.
  • Parlateci dei vostri ultimi lavori.
    È uscito lo scorso aprile il nostro secondo mixtape Black Out, diciotto tracce, è scaricabile gratuitamente da Soundcloud. Ci abbiamo lavorato un anno intero, abbiamo girato per tutti gli studi della città, speso molto tempo e denaro per lui. Ci tengo molto a questo progetto, ci abbiamo messo l’anima e vedo che il pubblico se lo gode anche se forse non è ancora stato apprezzato del tutto dagli ascoltatori. Un anno orsono invece usciva il nostro primo mixtape, Neanche per il cash, dodici tracce, un pezzo di storia insomma.

 

 

  • Pensate sia difficile emergere nel nostro Paese?
    Siamo nati nella città sbagliata, non nella nazione sbagliata. Infatti noi qua a Parma non avremo mai i vantaggi, le conoscenze e i favoreggiamenti di quelli di Milano o Roma. Siamo isolati, un mondo a parte. Probabilmente se fossimo di Milano avremmo già potuto avere a che fare con grandi nomi del settore. Se mi parli di Italia invece sono contento di essere italiano, perché in Italia almeno se provi a inseguire qualcosa devi sudarla fino alla fine e guadagnartela con le unghie, nessuno ti regala niente, sempre se non sei raccomandato, quello è un altro discorso. Ovunque arriveremo, però, andrò fiero della città da dove vengo, sottolineerò fiero il duro percorso che ho dovuto fare, partendo dal niente in una piccola città.
  • Quali sono state le maggiori difficoltà incontrate finora?
    Le difficoltà sono davvero tante per due ragazzini di sedici anni: l’età è sicuramente il fattore che ci svantaggia dato che i commenti critici più sentiti sono stati “si ma che ne sai te che sei un ragazzino… non puoi ancora parlare di certi argomenti alla tua età… cresci e ne riparliamo…” con il tempo però siamo riusciti a fare di questa nostra debolezza un punto di forza, infatti molta gente che ci ascolta arriva a pensare “wow e questi hanno solo sedici anni?” questo è uno dei commenti che apprezziamo di più. Un’altra difficoltà è sicuramente il rischio di essere fraintesi quando si parla di certi argomenti e quindi di delirare e spaventare l’ascoltatore. Oltre alla nostra città, un altro ostacolo sicuramente sono i raccomandati: oggi tra gli emergenti è pieno di ragazzi che, se pur non talentuosi, grazie ad agganci e conoscenze arrivano molto più in alto di altri che meriterebbero.
  • State già lavorando su qualcosa di nuovo dopo BLACK OUT?
    Ovviamente! Uscirà infatti all’inizio dell’anno nuovo il nostro primo street album, completamente autoprodotto. Credo sia il miglior progetto a cui abbia mai lavorato, ogni canzone ha una storia a sé, un ideale a sé, un qualcosa che fa riflettere. Non siamo ancora sotto etichetta purtroppo e dunque non sapremo quanta visibilità avrà questo nostro progetto, incrociamo le dita e speriamo in un colpo di scena. Il titolo lo annuncerò solo in futuro, per quanto possa interessare, spero di aver creato un po’ di suspance (ride NdR).
  • Quali sono, più in generale, le vostre aspirazioni per il futuro?
    La nostra ambizione è quella di diventare immortali, diventare icone, rivoluzionari; quali soldi, quali mtv, quali premi?… Diventare la voce del popolo è la nostra aspirazione, diventare dei leader positivi e fare in modo di aprire la mente a ogni persona, e cosa può farlo meglio della musica che la gente ascolta?
  • Con quali artisti sognate di condividere il palco, un giorno?
    Sono davvero troppi gli artisti con cui sognerei di duettare. Restando in Italia il mio sogno resterà sempre una canzone con i Modena City Ramblers, una personale passione; stando invece nel genere hip hop sognerei un featuring con Mecna o Mezzosangue, due tra gli artisti che stimo di più. Artisti internazionali… oddio! Sarei molto tentato da Aloe Black o da Lana Del Rey, però duetterei volentieri pure con i miei Red Hot Chili Peppers, con Beyoncé, Asap Rocky e mi piacerebbe molto un assolo di Santana in una mia canzone.
  • Raccontateci un bel ricordo legato alla vostra carriera.
    Tra i ricordi più belli non potrò mai dimenticare quel primo “live” alla festa della scuola alle medie, due bambinetti con la visiera che lasciarono tutta la scuola a bocca aperta, io quella scena l’ho vista come il video di Smells Like Teen Spirits dei Nirvana, ma dato che sogno molto ad occhi aperti sono sicuro che agli occhi del pubblico siamo apparsi un po’ come due pazzi infottati e squilibrati, ma andava bene così, ci sentivamo i Dogo all’Alcatraz (ride NdR).

 

 

Che altro dire su questi ragazzi? Possiamo solo augurare loro una lunga e intensa carriera, e in un certo senso ce lo auguriamo anche noi, in quanto ascoltatori che non vedono l’ora di sentire i loro lavori. Se anche voi volete continuare a seguirli, potete farlo attraverso la pagina Facebook Alakamaya e quella della Goblin Family. Potete anche seguirli su Instagram sul profilo sempre della Goblin, di Alakamaya e di Urban. Potete invece ascoltare le loro canzoni sul canale Youtube e scaricare gratuitamente il loro ultimo mixtape Black Out su Soundcloud.

Le nostre interviste tornano Lunedì con nuovi interessanti artisti emergenti da conoscere, non perdete l’anteprima di domani! Se invece volete recuperare l’intervista di ieri, potete leggere quella alla cantautrice genovese Mela Pastorino.
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